Kluge significa accrocchio, cioé un sofisticato trucco per risolvere, velocemente, problemi complicati.
Kluge è anche il titolo del libro omonimo, scritto dal professore Gary Marcus, che parla dei numerosi accrocchi presenti nel nostro cervello.
Abbiamo una vista buona, non raggiungiamo la velocità delle gazzelle o dei ghepardi e tutti noi siamo fieri del nostro cervello e della nostra capacità di pensare: questo fa di noi degli animali “intelligenti”.
Nel libro “Kluge” invece si afferma il contrario: siamo un accrocchio evolutivo, il nostro pensiero cognitivo ha tante imperdonabili pecche e non è per niente un modello ottimale.
Per fortuna, possiamo rimediare a ciò con degli accorgimenti:
- Ogni qual volta possibile, considerate ipotesi alternative
- Riformulate le domande
- Ricordate sempre che un rapporto di correlazione non implica un rapporto di causalità
- Non dimenticate mai l’affidabilità del campione a vostra disposizione
- Prevenite l’impulsività e decidete fin d’ora in quale direzione andare
- Non accontentatevi di fissare degli obiettivi
- Se possibile, non prendete decisioni importanti quando siete stanchi o avete altro per la testa
- Considerate attentamente costi e benefici
- Immaginate che le vostre scelte siano sottoposte ad indagine campione
- Prendete le distanze
- Fate attenzione a tutto ciò che colpisce l’immaginazione, che vi tocca personalmente, che ha un potenziale anedottico
- Scegliete le battaglie che meritano di essere combattute
- Mantenetevi il più possibile razionali
Un altro rimedio che suggerisce l’autore è quello di preparare i nostri ragazzi introducendo loro la filosofia per bambini (P4C),
Sono importanti le nozioni, ma è anche importante “conoscere come conoscere”, e riuscire a vedere le pecche del proprio pensiero cognitivo come quando ci si guarda allo specchio.
Per finire vi elenco alcune recensioni (in italiano) che ho trovato in rete sul libro di cui consiglio la lettura:
Anche tu sapevi dell’esistenza di accrocchi nella tua mente?











7 Dicembre 2008 alle 12:03 am |
Sicuramente sono riflessioni interessanti e per molti aspetti condivisibili. L’idea di guardare le cose da un diverso punto di vista, così come porsi sempre in una posizione di distanza dagli eventi, facilità la comprensione di ciò che siamo e dei motivi per cui agiamo in un certo modo. E’ un lavoro di introspezione che prima o poi nella vita fa fatto, meglio se con una guida al fianco.
E nonostante ciò non mi sentirei di consigliare quel dodecalogo come metodo di approccio alla vita, tanto meno poi ad un bambino. Perché io credo che la nostra natura non possa essere puramente razionale e se mai lo diventasse ci priverebbe di troppe esperienze nelle quali ci tuffiamo d’istinto anche se, analizzate a fondo, hanno più svantaggi che vantaggi, più costi che benefici.
La razionalità può esserci utile ma come strumento, ma secondo me non dovrebbe diventare anche un fine.
8 Dicembre 2008 alle 7:07 pm |
@demone: è proprio la tesi del libro: il nostro istinto ci aiuta a risolvere situazioni di pericolo in pochissimo sanno che la formica fa la cosa giusta.
11 Dicembre 2008 alle 1:27 pm |
Credo che mi è venuto adesso un accrocchio (?), dopo aver letto il tuo post. Eh eh dai scherzo. ciao
2 Febbraio 2009 alle 2:00 am |
Psychology – Evolution:
Nick Chater,
Florencia Reali,
and Morten H. Christiansen
Restrictions on biological adaptation in language evolution
PNAS published online before print January 21, 2009, doi:10.1073/pnas.0807191106
Abstract
Full Text (PDF)
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Abstract
Language acquisition and processing are governed by genetic constraints. A crucial unresolved question is how far these genetic constraints have coevolved with language, perhaps resulting in a highly specialized and species-specific language “module,” and how much language acquisition and processing redeploy preexisting cognitive machinery. In the present work, we explored the circumstances under which genes encoding language-specific properties could have coevolved with language itself. We present a theoretical model, implemented in computer simulations, of key aspects of the interaction of genes and language. Our results show that genes for language could have coevolved only with highly stable aspects of the linguistic environment; a rapidly changing linguistic environment does not provide a stable target for natural selection. Thus, a biological endowment could not coevolve with properties of language that began as learned cultural conventions, because cultural conventions change much more rapidly than genes. We argue that this rules out the possibility that arbitrary properties of language, including abstract syntactic principles governing phrase structure, case marking, and agreement, have been built into a “language module” by natural selection. The genetic basis of human language acquisition and processing did not coevolve with language, but primarily predates the emergence of language. As suggested by Darwin, the fit between language and its underlying mechanisms arose because language has evolved to fit the human brain, rather than the reverse.
Keywords:
Baldwin effect
coevolution
cultural evolution
language acquisition
Footnotes
1To whom correspondence should be addressed. E-mail: christiansen@cornell.edu